3 motivi per lavorare meno, 3 per lavorare di più

Roberto Ballarin 11/07/2022

In questo articolo ci concentriamo su analizzare in realtà le situazioni in cui vale ancora la differenza tra quantità e qualità. Ovvero in base a cosa devi fare, non è detto che sia vincente lo stile “a tempi ridotti” o “quello basato su maggio quantità”. Vediamo quando l’ago della bilancia pende da una parte o dall’altra.

Partiamo da una analogia con gli Esame universitari

Per prepararsi ad affrontare un esame universitario, bisogna studiare. Ma cosa vuol dire studiare? In base alla materia e alla modalità di esame, il modo di studiare cambia. Ma cambia anche in base a cosa il docente dà importanza nella prestazione. Approfondiamo. La prima distinzione è se l’esame costituisce in uno scritto, un orale, o in entrambi. Lo scritto è a crocette, a domande aperte, con esercizio concettuale oppure fatto di puro calcolo di precisione? L’orale è di verifica nozionistica, un test di applicazione dei concetti con rielaborazione, un confronto stile commento e valutazione sugli argomenti? Ognuna di queste diverse aspettative da parte del docente, condiziona una preparazione più quantitativa o qualitativa, o nella maggior parte dei casi un mix più o meno bilanciato.

Per esempio, supponiamo che devo superare un test che prevede un calcolo di integrali lungo 2 fogli protocollo (come mi è capitato con l’esame di Scienze delle Costruzioni). Supponiamo che il docente controlli solo se il numero finale è giusto o meno. Allora dovrò fare molto esercizio fino ad imparare meccanicamente i passaggi giusti per essere veloce e preciso con sicurezza. In questo caso paga la quantità di tempo che dedico alla preparazione (fare tanti esercizi!). Qui non si può certo dire che è bene studiare meno e meglio, qui serve proprio fare tanto esercizio e più è meglio è. Punto.

Oppure un altro esempio. Supponiamo che in un esame di chimica industriale sia previsto fare un esercizio alla lavagna col docente che ti tartassa dal vivo. Ok, in questo caso serve anche fare esercizi, ma attenzione a dedicare del tempo a verificare di avere capito bene i concetti di base. Serve quindi un buon studio qualitativo, con testa riposata e libera. Dobbiamo porci nella condizione di digerire e metabolizzare i concetti di base, incrementando la propria convinzione e dimestichezza sugli argomenti trattati. Una sicurezza che viene dal capire i “perché” più che dalla ripetizione meccanica di calcoli.

Un ultimo esempio: esame su filosofi soggettivisti. Qui serve fermarsi, riposare, riprendere, elaborare, rileggere, staccare, infine esercitarsi a voce alta. Tutto un altro stile di preparazione. Altre esigenze.

3 Motivi per lavorare meno

Mi vengono in mente 3 motivi per cui può essere migliorativo lavorare meno e meglio. Ce ne saranno altri, ma già da questi ci facciamo una idea come non va generalizzato tutto con regole valide in assoluto e a prescindere.
  1. Situazione in cui si richiede attività creativa
  2. Situazioni in cui servono soluzioni fuori dagli schemi standard
  3. Situazioni in cui il problema è complesso e deve essere dominato nell’insieme

Lavori Creativi

Se facciamo un lavoro creativo, cioè in cui dobbiamo avere l’ispirazione, la quantità di tempo che dedichiamo non è garanzia di produttività. Anzi come è facilmente intuibile, potrebbe anche rivelarsi controproducente. E’ probabile che la miglior intuizione arrivi nel tempo libero, perché il cervello non è sotto stress e si lascia meglio stimolare dall’ambiente circostante. Più serve creatività, meno la quantità fa la differenza. Serve il guizzo, l’idea giusta, non tanti guizzi, tante idee! Pensiamo ad uno scrittore, ad un grafico pubblicitario, ad un fotografo, ad un musicista…

Quando servono soluzioni fuori dagli schemi

Ci sono situazioni in cui c’è un problema di non facile soluzione. La soluzione non è scritta da nessuna parte e anzi le conflittualità fioccano tra gli attori coinvolti e i diversi obiettivi apparentemente in contraddizione reciproca.

Anche in questo caso, pensarci troppo non sempre paga. Serve di più l’intuizione che ci sfugge in quanto fuori dagli schemi. La testa deve essere messa in una condizione di libertà di pensiero, deve poter considerare ipotesi di assenza di vincoli che magari non sono necessari ma che inconsciamente consideriamo intoccabili. Può tornare utile staccare la testa per farla produrre meglio! Per esempio, supponiamo di avere problemi di qualità in produzione. Supponiamo che abbiamo un controllore A che supervisiona un secondo controllore B, il quale controlla a sua volta il lavoratore C che produce quel componente. Con questa mini piramide ti viene spontaneo insistere aggiungendo un terzo controllore D sopra i due esistenti A e B. Ma perché invece non rovesciare il concetto: la qualità non si ottiene solo con un super controllo strutturato (A+B+D sopra C), potremmo provare ad ottenerla puntando tutto sulla responsabilizzazione del lavoratore stesso (solo C) che produce il componente? Devo poter osare fuori dagli schemi. Questo è favorito da un approccio più qualitativo che non quantitativo al lavoro. Orientati al risultato finale senza troppi vincoli.

Problema complesso

Se abbiamo un incarico che prevede trattare problemi complessi, cioè che bisogna fare mente locale ed avere il quadro completo in testa, serve molta concentrazione. Senza la concentrazione, anche se ci dedichi tanto tempo fai solo malanni. Quindi meglio meno tempo e più concentrati piuttosto che piu tempo e stanchi.

Per esempio, per un avvocato con una causa complessa sul tavolo: è preferibile trattare l’argomento quando si è riposati e lucidi per avere tutta la situazione sotto controllo. Dobbiamo poter avere l’intuizione della strategia giusta da seguire soppesando tutte le alternative. Lavorarci ad oltranza, anche quando la mente non ci supporta in lucidità, non porta valore. Perdiamo di efficacia e …. probabilmente anche la causa!

3 Motivi per lavorare di più

Ci sono situazioni però in cui lavorare di più è sicuramente positivo e da perseguire. Citiamo 3 casi come esempio.
  1. Lavoro da eseguire su binari sicuri
  2. Quando l’apprendimento sul campo è determinante
  3. Quando serve aumentare le probabilità di accadimento dell’evento favorevole

Lavoro su binari sicuri

Si tratta di tutti quei lavori ben procedurati, in cui è chiaro cosa va fatto e come. La stanchezza mentale in questi casi è meno critica che in altri. Per esempio, se devo cablare in un campeggio 120 colonnine con prese elettriche e di segnale tutte uguali, è diverso se devo pensare ad uno spot pubblicitario per un brand di scarpe da ginnastica. Ovvio che la stanchezza fisica e mentale hanno sempre limiti, ma nel secondo caso quella mentale inibisce la prestazione molto prima. Ancora: se per esempio devo preparare mazzi di fiori in serie in una fioreria, mi stancherò prima fisicamente che mentalmente.

Apprendimento sul campo

In questo caso non ci riferiamo al tipo di lavoro, bensì al livello del nostro essere addestrati ed esperti di quel lavoro. Se siamo alle prime armi, di solito è sempre bene dedicare inizialmente molto tempo per favorire l’apprendimento sul campo. Per la natura stessa dell’essere umano, fare di più e tante volte, ti aiuta parecchio ad imparare meglio. Risparmiarsi sin dall’inizio ti toglie l’opportunità di acquisire sicurezza e velocità. Questo francamente a prescindere dalla mansione o dal tipo di lavoro preso in considerazione. Durante la “gavetta” meglio darci dentro. Sempre! Poi verrà tutto più naturale…

Aumentare le probabilità di accadimento favorevole

Ci sono delle attività in cui si fa nella speranza di…riuscire almeno in un caso su tot! Facciamo l’esempio del pescatore. Può essere bravo fin che vuoi, anzi diciamo che deve essere bravo. E’ necessario. Ma non è sufficiente. Infatti se getta l’amo e dopo due volte rinuncia perché nessun pesce ha abboccato, tutti concordiamo che non è un buon pescatore. Deve essere paziente, riprovare, riprovare, e riprovare. Sappiamo anzi che la dote più necessaria per pescare è la pazienza, provandoci molte volte. In questa circostanza la quantità di “lavoro” è determinante. Cosi per esempio per un commerciale che incontra clienti nuovi: ok fare un lavoro di qualità, ma serve anche la quantità per aiutare la probabilità di cadere nel cliente giusto al momento giusto. Anche qui la quantità serve e non poco. E cosi in altri casi.

In generale, nelle attività in cui la quantità aumenta la probabilità di riuscita per un fattore statistico, vale la pena di lavorarci il più possibile. Dedicarci maggior tempo che si può!

Quindi meglio lavorare di meno o di più?

La risposta è dipende dal tipo di lavoro. In alcuni si ripaga diminuire gli orari, in altri non necessariamente. Quando ci mostrano studi a favore di una versione piuttosto che all’altra, ci dovremmo chiedere: di quali attività stiamo parlando? Proprio di tutte?

Post Scriptum: non siamo costanti nella resa!

All’università mi sono reso conto che avevo dei giorni con 6 ore di lezione, altri di 4 e altri ancora di 2. Mi chiesi in quale giornata rendevo al meglio in termini di comprensione degli argomenti e loro memorizzazione. Mi resi conto che c’era una fascia oraria in cui la mia attenzione e capacità di immagazzinare era a dir poco effervescente. Mentre poi scendeva progressivamente fino a mera presenza fisica in aula. Diverso era se si facevano esercizi, in cui il metodo era l’oggetto della spiegazione e senza profondi concetti da comprendere. In questo caso la lezione, pur con mia minor concentrazione, rimaneva utile. Tipicamente si trattava di ore di esercitazione in cui il docente di turno, con naturalezza si adeguava al ritmo di noi studenti in quanto lo scopo era impratichirci nella materia.

Quindi, personalmente, ero molto lucido e recettivo tra la seconda e la quarta ora accademica. Poi se ci aggiungevo un due panini a pranzo, verso le tre del pomeriggio facevo meglio a stendermi per terra per un pisolo, ..che facevo più bella figura.

Allora realizzai che volente o nolente l’essere umano non è una macchina con un rendimento costante per tutto il periodo di accensione ON. Abbiamo ciascuno le proprie curve di resa personali. Queste dipendono da molti fattori: l’importante è che ognuno conosca le proprie e ne tenga conto. Già da qui si capisce quindi che non c’è un orario ottimale per tutti. Non solo. Cambia anche in base a cosa ci viene richiesto di fare. E’ fisiologico, umano. Chi fa finta che non sia cosi, e si aspetta la stessa attenzione per esempio da una platea per 4 ore, si racconta una pia illusione. Così al lavoro nelle 8 ore non posso fornire sempre lo stesso livello di prestazione. Rimane importante non scendere mai sotto un livello minimo e cercare di far coincidere i nostri massimi di attenzione con le attività più determinanti per il nostro lavoro. E su questo possiamo fare molto in prima persona, gestendo opportunamente aspetti di dieta e di risposo attorno ai momenti di lavoro. Pensate per esempio di dover guidare per lavoro 6 ore di file: devi essere riposato e nel mezzo non puoi mangiarti una carbonara come primo e come secondo salsicce con crauti più birra! Sembra evidente, ma meglio ripeterselo!