Roberto Ballarin 27/07/2022
Uno dei primi modi di comunicare dei neonati con la mamma e con il prossimo è dato dal piangere. Un bimbo che sta male o che ha fame, per lamentarsi si mette a piangere, a strillare, finchè non arriva la soluzione. Il piangere assolve a 3 funzioni:
Quindi, in forma ancestrale sin da neonati impariamo a comunicare la richiesta di aiuto agli altri in caso di nostro problema. Impariamo a farlo attirando l’attenzione con una comunicazione forte ed energica. Impariamo a farlo dando fastidio con insistenza. Diamo fastidio facendo capire che smettiamo solo a soluzione del problema avvenuta. E’ una strategia efficace, innata e come detto ancestrale. Tutti gli esseri umani all’inizio la adottano. Alcuni ne mantengono l’uso anche in età adulta in modo più o meno marcato. Dipende dall’ambiente, e dalla cultura in cui si cresce, dalla educazione ricevuta e del carattere personale. Quante volte con stizza abbiamo detto: “quello si lamenta sempre e ottiene quello che vuole…”.
Tra l’altro sembra, dico sembra, che noi italiani rimaniamo particolarmente affezionati a questa strategia comportamentale anche una volta cresciuti. Infatti è risaputo che dagli stranieri siamo visti come mammoni… vabbè ognuno avrà la sua opinione ma non è questo l’argomento sui cui ci vogliamo focalizzare. Concentriamoci piuttosto a capire cosa sta dietro il lamentarsi in generale per un adulto, soprattutto nell’ambiente del lavoro.
Un bimbo che si lamenta significa che c’è qualcosa che non va. La mamma di solito dice “se fa cosi c’è qualcosa…” e alza le antenne. Nei primi mesi di vita non le viene da sospettare che ci possano essere secondi fini. Semmai successivamente con la crescita e dopo che il bimbo stesso impara certi meccanismi, la mamma comincia a dubitare riguardo comportamenti più da viziato e da furbetto. E a questo punto comincerà a dire che lamentarsi è una strategia per ottenere qualche capriccio che, a fronte di richiesta diretta, comporterebbe un sicuro diniego.
Il lamentarsi si porta con sé sempre un messaggio, anche quando a farlo è un adulto. Poi che il contenuto sia più o meno giustificato, più o meno serio, va visto caso per caso. La maturità di una persona passa anche attraverso una capacità di comunicare le stesse richieste, aspettative e bisogni al prossimo in un modo più assertivo e argomentato. Essere maturi significa non aver necessità di ricorrere sempre a modi lamentosi e pesanti per chiedere qualcosa o per attirare l’attenzione. E’ vero che lamentarsi significa comunicare qualcosa a qualcuno, ma non è vero che per comunicare una persona matura debba sempre ricorrere al lamentarsi.
Attenzione che comunicare lamentandosi non fa arrivare un messaggio chiaro e limpido. E’ un comunicare indiretto, può essere frainteso, capito male, o con disturbi incontrollabili che impediscono una lucida comprensione delle priorità per l’interessato in destinazione. Sarebbe preferibile parlare chiaro, diretti, pur con i modi giusti, gentili e fermi. Ma non è sempre facile. Poi serve anche il coraggio. Un conto è lamentarsi dell’ambiente lavorativo poco stimolante con i colleghi per far arrivare il messaggio al capo. Un conto è dirglielo direttamente a tu per tu. Ma c’è il rischio che con parole riportate dai colleghi, il capo si faccia di noi una immagine non rispondente alla realtà. Con sorprese talvolta spiacevoli e irreversibili. Ci vuole la giusta misura, e dipende da situazione a situazione. Ripeto: non è facile. O ci viene o non ci viene. Sappiamo che col nostro carattere non possiamo essere ok su tutti gli aspetti lavorativi, ma è doveroso e alla portata di tutti essere consapevoli dove pecchiamo di più e gestire al meglio queste lacune. Dobbiamo sempre minimizzare i nostri punti di debolezza e massimizzare quelli di forza, pur accettando la nostra natura di fondo.
Se per comunicare scelgo un approccio sufficientemente diretto, allora la necessità di attirare l’attenzione è meno importante. Se invece la mia strategia è lamentarmi il più possibile con le persone che possono venire in contatto con la persona obiettivo finale, allora serve molto attirare l’attenzione. In questa situazione si agisce facendo molto rumore, agitando molte acque affinchè i segnali arrivino a destinazione. Nel mondo dell’infanzia ci sta. Per un adulto invece c’è il rischio di ottenere un effetto boomerang. Non si sa se si riesce a tenere tutto sotto controllo, e soprattutto se arriva il messaggio giusto ai destinatari. E’ più giustificato attuare strategie per attirare l’attenzione se il target è irraggiungibile, o per sua volontà o per la situazione oggettiva. Pensiamo allo sciopero dei dipendenti dei mezzi pubblici contro una nuova legge del governo: si danneggiano i cittadini che in quel giorno avranno forti disservizi solo per attirare l’attenzione del governo. I cittadini non sono il target finale del messaggio, servono per attirare l’attenzione del governo. Nel caso invece di voler chiedere un aumento al nostro capo, sarebbe preferibile affrontare una discussione diretta e argomentata. Scegliere di lamentarsi continuamente del nostro stipendio con i colleghi, sperando che vada in orecchia al capo e che questo mi chiami per darmi l’aumento, è poco sicuro e rischioso. Lamentarsi con altri e non affrontare un confronto diretto, evidenzia in questo caso una insicurezza di fondo, non ci sentiamo convinti nel difendere la nostra richiesta come giusta e di diritto.
Abbiamo un problema, lo comunichiamo e attiriamo l’attenzione su di esso. A questo punto o si ottiene una risposta risolutiva, o non arriva nessuna risposta. E’ per questo motivo che nella strategia del lamentarsi è previsto che lo si faccia dando fastidio, mettendo pressione per far diventare conveniente a chi ci deve una risposta che ce la dia. Altrimenti si capisce che la cosa potrebbe non funzionare. Peccato che questo piccolo dettaglio aumenta la rischiosità di sortire effetti indesiderati. Il capo potrebbe registrare solo che lo stai disturbando senza mai analizzare la tua richiesta (magari giusta e assennata). Nelle dinamiche decisionali non vincono sempre le decisioni giuste e corrette, spesso sono i modi comportamentali ad orientarle. Le relazioni interpersonali, il tatto e le maniere gentili sono determinanti. Ok, non sempre bastano da sole, ma restano determinanti. Ne viene che possiamo mettere pressione pensando di essere dalla parte del giusto, ma questo potrebbe presentare un prezzo molto alto lo stesso. Dare fastidio è una strategia che va soppesata tra vantaggi e svantaggi in ogni situazione.
Perché decidiamo di lamentarci? Ci sono solo 3 casi possibili.
In realtà ce n’è un quarto: ci lamentiamo perché ci piace farlo. Ci viene di gusto. Punto. Ma questo motivo lo accantoniamo come particolare caratterialità che ognuno di noi possiede naturalmente. Su questo punto c’è poco da analizzare, fa più parte della sfera delle attitudini caratteriali di una persona. Ci concentreremo sui 3 motivi sopracitati perché legati a situazioni circostanziali (ambiente) e a convinzioni più o meno ragionate o logiche (legate al proprio pensiero e volontà).
Se abbiamo le nostre ragioni, ci viene da lamentarci. Con chi? Dipende! Con i responsabili che possono rimediare il nostro dissenso, o con chi ha la possibilità di riportare loro la lamentela, oppure con tutti. Se ci pensiamo però, in una situazione che non ci garba in cui abbiamo la ragione dalla nostra parte o riteniamo che lo sia, la prima reazione dovrebbe essere un intervento diretto per ripristinare i nostri diritti. Se partiamo all’attacco senza girarci attorno, onestamente abbiamo poco tempo per lamentarci, anzi tendiamo ad essere concentrati sul “cosa” fare attivamente e direttamente per muovere le cose nella giusta direzione. Nota particolare: non importa se abbiamo veramente ragione o meno in sé, ciò che fa la differenza in questa situazione è essere convinti di aver ragione.
La realtà, in termini di ragione o non ragione, farà la differenza solo alla fine, nel risultato finale. Ovvero, se sono convinto di avere ragione pur non avendola, nella prima fase il mio comportamento non ne risente. Ne risentirebbe solo se mancasse la convinzione. La frase è: sono convinto di essere nel giusto e quindi mi lamento. Ne risulta che se abbiamo ragione o crediamo di averla, ci si lamenta soprattutto per non attivarci in modo diretto sul problema e sulla comunicazione con i giusti interlocutori. Un atteggiamento maturo di un professionista dovrebbe ricorrere poco al lamentarsi. Resta capibile qualche sfogo in situazioni di stress psicologico per un comprensibile effetto di ridurre le pressioni. Ma non posso fermarmi solo a questi atteggiamenti. Anche se ho ragione. Bisogna in generale affrontare un confronto costruttivo e in modo più diretto possibile in base a quello che le circostanze concedono.
Se abbiamo torto e lo sappiamo nel nostro subconscio pur non ammettendolo, allora ci lamentiamo per fare un pò di acque torbide che ci tornano utili. E’ come distogliere l’attenzione da qualcosa dove noi abbiamo la coda di paglia attirando invece l’attenzione su altri aspetti dove siamo più vittime e con la ragione a favore. E’ un lamentarsi che funge di copertura, di difesa. Crea malumore senza necessità oggettiva, è un atteggiamento negativo, distruttivo. Lamentarsi in una situazione in cui non c’è motivo, oppure in cui le cause sono esterne ed indipendenti dalla volontà di chicchessia, non serve alla causa, anzi. Se per esempio manca la corrente ed è a causa di un forte temporale che ha danneggiato la centrale elettrica, che senso ha lamentarsi dell’ente dell’energia che è incapace? Magari lo è, magari no, ma in questo caso ti lamenti per niente, senza ragione, o forse per distrarre qualcuno su altre cosucce tue poco performanti da parte tua. Alla fine, per questo tipo di persone diventa un ritornello abitudinario il lamentarsi di tutto… per comodità, e per annacquare qualsiasi discorso con una negatività polarizzata verso gli altri.
Nelle situazioni in cui abbiamo un po’ ragione e un po’ torto, vale un mix di quanto sopra. E capita. Anzi direi che è la situazione più frequente. In pratica acquisiamo come stile di difesa il lamentarsi nelle situazioni dove non siamo completamente dalla parte della ragione. Il lamentarsi diventa un comportamento comune nel nostro atteggiamento quotidiano. Ma succedono anche situazioni in cui abbiamo una parte di ragione dalla nostra: è normale! E qui subentra che ci diamo ancora più dentro nel lamentarsi con effetti talvolta contrastanti. La cosa negativa è che così non ci focalizziamo mai ad essere parte attiva nel costruire, non affrontiamo mai direttamente l’interlocutore e mescolando ragione e non ragione, non siamo mai sicuri di noi stessi fino in fondo. Abbiamo sempre qualche scheletro da nascondere dentro l’armadio che ci pone in un atteggiamento sulla difensiva, se non passivo.
In tutti e 3 i casi il “lamentarsi” non serve a molto per risolvere concretamente i problemi, almeno considerando il mondo professionale. In certe situazioni può essere giustificato come sfogo che aiuta a resettare gli animi e ristabilire un buon livello di motivazione. Ma non può diventare routinario, un ritornello che fa diventare in bianco/nero tutte le giornate, demotivando anche chi ti sta attorno.
Il confronto con il prossimo è un altro atteggiamento ancestrale che ci portiamo sin dall’infanzia. E’ molto naturale nell’essere umano, è innato, è spontaneo. “Perché lui si e io no?” E’ incredibile come nelle aziende certi riconoscimenti simbolici risultino più appaganti di un aumento retributivo o di una maggior responsabilizzazione. Poter parcheggiare a fianco dell’AD davanti l’headquarter dell’azienda dove lavori, e non nel parcheggio degli operai ed impiegati, può appagare più che l’avanzamento di grado stesso o di un aumento di stipendio. Nel contempo, se è l’altro ad ottenere e io no, inizio a lamentarmi con risentimento, amareggiato del mio status non riconosciuto. E non importa se ho ragione o meno, mi viene e basta.
Poi c’è il confronto con se stessi. Ci riferiamo ad esperienze passate, in cui abbiamo acquisito degli standard che ora vediamo lontani. Giusto o sbagliato che sia, viviamo un sentimento negativo confrontandoci a quando era “meglio” per noi stessi. Questa situazione è dentro noi, gli altri non è detto che la possano vedere e capire, ma non è neanche detto che anche noi ne siamo consapevoli. Può essere che ci sentiamo frustrati senza aver capito perfettamente perché. Questa inconsapevolezza e non controllo della situazione è la cosa più pericolosa, perché ci impedisce di dare il giusto peso alle cose. E soppesare correttamente le cose invece ci permetterebbe di evitare danni alimentando mood negativi senza che vi sia responsabilità da parte di chi ci sta attorno.
Attenzione che vale anche il contrario: c’è chi non si lamenta perché inconsapevolmente si confronta con una sua situazione passata molto difficile ed ostica. Al confronto tutto oggi gli sembra meglio. Facciamo un esempio. Un giorno in una fabbrica di una multinazionale affrontai con dei dipendenti come risolvere il problema delle polveri da lavorazione sospese in reparto. Fui stupito che la persona più vicina alla sorgente della polvere cercava di minimizzare, mentre le altre erano a lamentarsi giustamente per ottenere una soluzione idonea al problema. In effetti affrontammo e risolvemmo il problema correttamente.
Ma una volta chiusa la vertenza andai a parlare all’operaio che minimizzava sempre questa situazione. Parlando del più e del meno, scoprii che aveva lavorato precedentemente in miniera per 15 anni in Belgio, e per lui questa situazione di polvere in aria in reparto era “rose e fiori” in confronto allo standard cui era abituato. Da qui non capiva cosa c’era da lamentarsi. Ripeto, è solo per dire che siamo molto influenzati dal confronto con le nostre esperienze passate, da come siamo abituati: l’episodio non vuole assolutamente minimizzare l’importanza della salute e sicurezza nel posto di lavoro, che rimane sempre una priorità assoluta. Tornando al nostro argomento, in base alle nostre esperienze passate possono nascere situazioni di forte lamentela o al contrario il non lamentarsi per niente.
A volte ci viene da lamentarci a seguito di un confronto della situazione attuale rispetto le proprie aspettative. Per esempio mi metto in testa che voglio un certo riconoscimento che non arriva. Ho un misto di amarezza, delusione e risentimento. Il lamentarsi diventa una sorta di naturale manifestazione del mio stato d’animo. Se le mie aspettative erano assennate e riconosciute anche dai colleghi, allora il lamentarsi funge da appagamento parziale nel momento in cui trovo consenso e comprensione altrui. Altrimenti potrebbe peggiorare l’isolamento da parte di chi mi sta attorno fino alla rottura completa con l’ambiente estero, dal top management ai livelli più operativi, dai responsabili ai colleghi.
Succede anche che ci lamentiamo per difendere la nostra incapacità di leadership. Vediamo gli altri guidare con leadership ed avere ascendente su chi avremmo voluto esercitarlo anche noi stessi. Nasce una sorta di sentimento di invidia. Se la cosa è dovuta a nostri limiti evidenti, il lamentarsi serve soprattutto per confondere le acque e farci mantenere una immagine di un certo livello. Se invece non riusciamo nella leadership per volontà del top management e noi siamo consapevoli di averne le capacità, allora ci si lamenta per reazione istintiva, ma senza reiterazione. Anzi, dopo poco lamentarsi è auspicabile procedere a cambiare ambiente di lavoro per salire sul treno giusto e non continuare a perdere tempo su quello sbagliato per noi. Continuare a lamentarsi di una situazione in cui ci si trova incapaci di sviluppare la nostra leadership per fattori che esulano dal nostro controllo, non serve. Bisogna riuscire ad invertire il trend subito oppure si deve cambiare ambiente.
Solitamente noi quando ci lamentiamo abbiamo un atteggiamento concentrato su noi stessi, su cosa ci dà fastidio e su come fare per convincere gli altri delle nostre ragioni. Desideriamo essere un po’ compatiti e appoggiati moralmente. Cerchiamo consenso, a volte cerchiamo di fare le vittime bisognose di supporto contro un “nemico”, di essere consolati. Insomma siamo alla ricerca di “ricevere”, non di “dare”. Quindi siamo poco attenti al prossimo, a quale sia la sua situazione effettiva, se qualcuno ha bisogno di noi o se ci vuole dire qualcosa di diverso dai nostri problemi. Generalmente una persona che si lamenta di continuo con una certa insistenza e ripetitività viene percepita pesante, tipo una zavorra che affatica il cammino senza un motivo costruttivo. Ovviamente non ci si riferisce a chi si lamenta una tantum e per motivi ragionevoli e difendibili. Ci riferiamo agli abitudinari della lamentela. Queste persone sono facili da riconoscere. A fronte di una qualsiasi decisione per un evento significativo, loro avranno sempre qualcosa da lamentarsi, sia che la decisione vada in un verso che nell’opposto.
Per esempio, se troppi impiegati arrivano in ritardo, il top management può decidere di aumentare i controlli e le sanzioni. Oppure in alternativa potrebbe decidere di istituire un orario più flessibile in entrata abbinato ad un recupero alla sera, in modo da rispettare le 8 ore giornaliere. Ebbene, state certi che chi è abituato a lamentarsi avrà da ridire sia se viene presa la prima decisione, sia che venga attuata la seconda. Gli altri attorno alla persona che si lamenta in ogni caso e sempre, percepiranno in modo inconscio questa negatività di atteggiamento, e piano piano cercheranno di allontanarsi senza apparenti motivazioni evidenti. In generale, per difendere il tuo spirito positivo devi tenere lontane queste persone. Si dice che se vai con lo zoppo impari a zoppicare. Quindi cerchiamo di difenderci da influenze dannose al nostro atteggiamento. E’ chiaro che non si fa mai una ottima impressione a lamentarci in modo continuo, semmai va bene usare in modo contenuto le lamentele per stemperare un primo incontro e/o per creare un pò di cameratismo. Ma deve essere circostanziato a queste finalità e basta.
Se ravvediamo in noi un comportamento per cui ci lamentiamo troppo di sovente, oppure se ce lo fanno notare gli altri, allora significa che è meglio intervenire su qualche punto di noi stessi. Ma più che lavorare sul comportamento tangibile e osservabile, va fatto un reset delle motivazioni che ci animano al lavoro, avendo cura di accentuare una mentalità costruttiva e da protagonisti. Insomma va intervenuto a monte sulle vere aspettative che vogliamo coltivare per noi stessi.
Tutto parte dagli obiettivi e dalla motivazione messa in campo. A parte l’attitudine personale più o meno accentuata verso il lamentarsi (di cui madre natura ci ha dotato), il quanto spesso ci si trova a lamentarsi è direttamente collegato a quanto siamo motivati e confidenti nelle nostre capacità nelle diverse situazioni.
La prima cosa da fare è capire le motivazioni delle persone che si lamentano: hanno ragione, hanno torto, è un mix oppure è semplicemente una forte caratteristica del loro carattere? Oppure è solo perché loro non sono riusciti in un certo risultato?
Se gli altri si lamentano avendone ragione, bisogna concentrarsi sul vero problema e non sul fatto che si lamentano.
Se hanno torto, bisogna limitarne l’influsso negativo che queste persone possono avere sull’organizzazione e su di noi procedendo ad isolarle o allontanandole. Oppure si prova ad intervenire su di esse per cambiarne l’atteggiamento convincendole che non c’è motivo di lamentarsi così pesantemente. Difficile ma possibile. Possibile ma difficile.
Se invece siamo nel caso di una attitudine naturale alla lamentela, allora diciamo che questo è un punto negativo che va messo sulla bilancia delle performance dell’interessato verso l’organizzazione. Diciamo che non è punto a favore della conferma di questa risorsa e va soppesato con tutte le altre caratteristiche dell’interessato. Bisogna esserne consapevoli e valutare il bilancio complessivo dei più e dei meno della persona in relazione al contributo che può dare all’organizzazione aziendale. Vedere questa attitudine non deve diventare un pregiudizio assoluto su altre qualità positive.
Lamentarsi è come darti consigli a posteriori di quello che avresti dovuto fare: son tutti capaci e non serve a niente. Si fa più per sfogo, per sfizio, perché è facile e perché si sa di non essere il responsabile chiamato in causa. Ci si atteggia a spettatore in poltrona.
In definitiva è uno stato d’animo di critica, una mentalità negativa volta a guardare gli altri fare. Uno che si sente protagonista e che si dà da fare, ha poca propensione a lamentarsi di qualsiasi cosa, perché sta facendo anche lui stesso delle cose e potrebbe trovarsi nella stessa situazione che dovrebbe criticare. Più fai e meno hai da lamentarti, più ti lamenti e … forse meno stai facendo.
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