Roberto Ballarin 28/03/2022
Nelle relazioni tra colleghi o con i collaboratori, capire quanto l’altro sia orgoglioso o permaloso è una delle prime informazioni che si cerca di acquisire. Serve per tarare i comportamenti di interazione. In base al fatto se ci tengo a mantenere un buon rapporto o meno, conoscendo questi aspetti del carattere altrui saprò modulare parole e gesti per ottenere determinate reazioni. Non vogliamo dire che è tutto automatico, ma posso decidere se far saltare la mosca al naso più o meno marcatamente ad una persona. E questo potrò farlo con maggior facilità quanto più si tratta di un soggetto molto permaloso e orgoglioso. Più c’è orgoglio e più energie di attenzione servono nella gestione dei rapporti per mantenere aperta la comunicazione ed evitare conflittualità distruttive.
Per converso, avere a che fare con una persona poco orgogliosa e per niente permalosa è molto meno impegnativo. Tanto che sembrerebbe sia tutto più facile. In un certo senso è vero, ma bisogna stare attenti che dietro le quinte ciascuno ha un suo limite soglia. Trattare una persona non permalosa come se tutto fosse ammesso con lei, potrebbe serbare spiacevoli sorprese nel momento che inaspettatamente superiamo questa soglia. Di questo dobbiamo tenerne sempre di buon conto! Gli errori comportamentali (tipo una qualche forma di offesa) con una persona poco permalosa sono sì meno probabili, ma spesso più gravi e difficili da rimediare.
Abbiamo visto che essere molto orgogliosi ci espone a sentirci più facilmente offesi se attaccati su un valore positivo per noi. Quest’ultimo può essere identificato in alcuni aspetti del nostro essere, del nostro agire o di qualcosa che possediamo o che è a noi legata per qualche motivazione.
Per esempio supponiamo di essere orgogliosi della nostra attitudine alla “Precisione” in quello che facciamo. Se il nostro capo mi richiama per un errore a voce alta e in pubblico avrò a risentirmene oltremodo. Al di là del richiamo in sé, mi ferirà maggiormente il fatto di essere toccato su quello che ritengo una delle mie capacità migliori e di cui vado fiero.
Oppure, immaginiamo di aver fatto il modellino plastico dell’Aeroporto JFK di New York. Che questo ci sia costato negli ultimi 14 mesi il sacrifico di un duro lavoro hobbistico serale ogni giorno della settimana. Immaginiamo che siamo anche riusciti nell’impresa di far movimentare in modo automatico i modellini degli aerei che rullano sulle piste. Invitiamo a casa nostra un collega per mostralo tutti tronfi ed pieni di orgoglio, e questi alla vista non trova di meglio che dire “che bel gioco, carino per dei bimbi, ….allora vieni con me al pub per una partitina al biliardo e una birra?”. Ovvio che questa situazione scatenerà una prima reazione di amarezza indisponendo parecchio l’interessato che si sentirà offeso.
Per ultimo, facciamo l’esempio del nostro capo che, davanti alla macchinetta del caffè sparla degli avvocati additandoli come poco seri e poco professionali per una recente esperienza personale giudiziaria negativa. Supponiamo che in questo periodo nostra figlia con molti sacrifici si stia laureando in giurisprudenza a pieni voti e noi ne siamo super orgogliosi. La nostra reazione sarà o di sbottare di brutto contro il capo, o di mandare giù il boccone amaro rimanendone offesi nell’orgoglio personale.
In tutti e tre i casi viene vissuta una emozione interna di offesa, anche se ognuno manifesterà la reazione esterna in modo diverso.
Osservate che al punto precedente non abbiamo fatto esempi su ambienti lavorativi e prettamente professionali. Bensì su temi vari ma che possono essere trattati con persone nel nostro ambito lavorativo durante una pausa o una trasferta fatta assieme. Ancora più delicato diventa questo discorso se stiamo passando la giornata con un potenziale cliente in visita alla nostra azienda. Offenderlo su un argomento pur non legato al lavoro con una battuta infelice, può rovinare il feeling giusto per finalizzare un grosso ordine. In tutte queste circostanze, l’elevato orgoglio dell’interlocutore è soprattutto un potenziale innesco di un problema relazionale, ma se viene ben gestito potrebbe diventare un’opportunità.
Sapere che l’altro va orgoglioso della sua capacità di trovare sempre una soluzione di compromesso davanti ad una conflittualità, ci offre l’opportunità di condividere l’importanza di avere questa dote nel mondo degli affari. La persona si sentirà apprezzata e compresa, e farà di tutto per agevolare la comunicazione perché è suo interesse farla funzionare con un interlocutore cosi in sintonia.
Ma non è sempre così semplice nella realtà. I trabocchetti sono molti, e poi c’è il problema della sincerità. A volte, dire quello che l’altro si vuol sentire dire senza che ne siamo convinti, non trasmette credibilità. Anche nel caso che non vengano dette cose false, ma semplicemente cose di cui non siamo grandi sostenitori, toglie autorevolezza alla nostra posizione.
Non c’è in tutto ciò niente di automatico e di scontato: lo speciale feeling tra le parti può scaturire solo con una certa naturalezza, mentre si deve almeno evitare clamorose gaffe seguendo delle regole di rispetto comportamentale di base. Più l’orgoglio è accentuato nell’altro, più sarà probabile una simpatia marcata (utilità positiva) o di contrapposto un’antipatia accesa (da evitare). In questo caso l’orgoglio può essere utile ma anche diventare in un istante altrettanto pericoloso.
Sicuramente l’orgoglio può diventare indispensabile in tutti i casi in cui costituisce la motivazione per lavorare con passione. Se stiamo parlando di una figura leader, trasmettere questa passione agli altri nell’organizzazione fa una differenza incredibile sulle performance dell’azienda. Un leader che non sia orgoglioso dei suoi valori non trasmette passione né forte motivazione, nemmeno senso di appartenenza ad un progetto condiviso. In questo caso l’orgoglio è legato a doppio filo con i valori dell’impresa e influenza la comunicazione nonché cosa si percepisce dall’esterno. Un altro esempio in cui è indispensabile è quando ci sono avversità pesanti da affrontare. Serve molta motivazione e rimanere attaccati con orgoglio ai propri valori positivi ti permette di transitare i momenti bui con una luce di riferimento, altrimenti è lo smarrimento e si molla. E capita.
Facciamo un esempio nello sport. Consideriamo una squadra di calcio col suo allenatore. Credo che siamo tutti d’accordo che un tecnico che allena un gruppo di calciatori senza trasmettere orgoglio e passione non andrà molto lontano. Se non ha lui stesso carattere, personalità e quindi leadership è chiaro che difficilmente tirerà fuori tutto il meglio dai suoi ragazzi. Può essere che non faccia niente di sbagliato, ok! Ma basta contro tutti gli avversari? Soprattutto nei momenti di difficoltà in certe partite ostiche in cui si dice che bisogna tirare fuori l’orgoglio. In cui ci si trova davanti un avversario meno forte ma che deve vincere per non retrocedere! Tutti noi, chiamati a fare un pronostico daremmo molto peso anche al livello di motivazione di una squadra. Spesso al pari se non di più del puro livello di capacità tecnica o preparazione fisica.
La motivazione e la passione legate all’orgoglio di appartenenza ad un gruppo guidato da un leader incisivo, fa tirar fuori grinta e determinazione impensabili che spesso disorientano l’avversario. Si dice in gergo popolare che serve “avere fame di vittoria”, e per l’appunto l’orgoglio contribuisce parecchio ad alimentare la “fame di …. ”. Pensiamo ad una squadra che gioca in casa, tra il suo pubblico…. Si dice che è favorita… perché extra motivata dalle leve di orgoglio di avere molto pubblico che tifa per lei!
Una persona dotata di orgoglio in abbondanza raramente passa inosservata, al di là che sia o meno estrosa, a prescindere dal fatto che sia espansiva e prodiga nel parlare. Si può notare da molti particolari se ha molto orgoglio. Sono indizi per esempio il tendere a non chiedere troppo facilmente aiuto agli altri, il non piangersi addosso, essere stakanovista e tenaci nel perseguire gli obiettivi promessi, l’essere di parola. Tutti segni di doti positive … ma … c’è un grosso “ma”! Ci sono circostanze in cui si verifica il cosiddetto effetto “testone”. Ovvero per lo stesso orgoglio che rende ostinati nel perseguire un obiettivo ad ogni costo, ci si ritrova a non sapersi fermare di fronte all’evidenza evitando di insistere inutilmente. In questo caso è chiaro che l’orgoglio diventa controproducente per una persona!
Pensiamo ad un Manager Commerciale che è particolarmente orgoglioso di vendere senza concedere sconti. Fa la predica a tutti in ogni occasione che lui sa tenere il pugno fermo con la sua clientela non derogando mai sulla scontistica. Ne fa un punto di distinguo personale tra lui e gli altri suoi colleghi. Ci si gonfia!
Va tutto splendidamente bene finchè permane una fase di crescita del mercato generale in cui più o meno tutti riescono a rispettare gli obiettivi propri di vendita. Ma ad un certo punto inizia un periodo di crisi nel settore, per fattori di macroeconomia mondiale. Tutti gli altri commerciali della concorrenza iniziano ad applicare degli sconti mirati per mantenere il più possibile le quote di mercato. Anche i colleghi uguale. Il nostro Manager Commerciale invece resta ligio alla sua posizione orgogliosa “no sconti”, e nel tempo vede inevitabilmente crollare le vendite e le quote di penetrazione rispetto la concorrenza e ai colleghi.
Durante questa crisi perderà molti clienti che si sono visti costretti a cambiare fornitore giocoforza per la situazione. Ma non solo! I clienti momentaneamente persi avranno avuto la possibilità di riscoprire i lati positivi della concorrenza. Infatti questa in un periodo di crisi si sarà prodigata con atteggiamenti molto accondiscendenti verso il mercato! Politiche di pagamento diluite, spese di trasporto incluse, supporto ad accedere a finanziamenti agevolati, ….etc. Per cui il danno potrebbe continuare con effetti forti anche dopo il superamento del periodo nero per il settore, con clienti effettivamente persi per sempre!
Riconoscere che il contesto è cambiato e che con ragionevolezza si poteva tenere i vecchi clienti con una deroga temporanea alla concessione di sconti, richiedeva capacità di flessibilità. E’ importante essere disponibili a modificare le proprie posizioni nei modi giusti e al tempo giusto, senza restare prigionieri inutilmente dell’orgoglio di un … “Commerciale puro e duro”.
Facciamo un altro esempio sull’importanza della flessibilità al cambiare delle condizioni al contorno. Prendiamo il caso di un Responsabile Ufficio Progettazione Meccanica che decide di abbandonare l’attuale software di disegno cad 2D a favore di un nuovo 3D. Diciamo che questo sw appesantisce la gestione dei codici standard (oggi 30% del business) ma è più adatto alla gestione efficiente dei codici speciali (oggi 70% del business). Sembra la direzione giusta.
Ma dopo alcuni mesi si verifica una eccezionale quanto inaspettata crescita dell’azienda sul business legato ai codici standard con progressivo abbandono dei prodotti speciali. Praticamente gli speciali crollano al 3% (da 70% che erano) del business totale a favore di un 97% di codici standard. In questo nuovo contesto, solo per motivi di orgoglio il Responsabile Ufficio Progettazione Meccanica non vuole accettare di decidere di tornare al software 2D che permetterebbe notevoli risparmi nella nuova situazione. Questo fino a che qualcuno da sopra (il top management), dopo vani tentativi di far ragionare l’interessato, non deciderà di rimuovere la persona dalla posizione. E’ sembrata essere l’unica via per fermare la situazione assurda venutasi a creare.
Il troppo orgoglio in questo caso ha reso drammaticamente rigido al cambiamento il soggetto, anche davanti a evidenze palesi. Quando l’eccessivo orgoglio diventa impedimento ad una evoluzione flessibile rispetto al contesto in movimento, i problemi diventano più grandi di quello che già sono. Ci sembra di trovarci in un percorso ad imbuto senza vie di scampo, a meno di sostituire la persona in oggetto che in definitiva rimane a costituire da sola il problema nella sua interezza. Questa persona dovrebbe essere sufficientemente assennata da non far arrivare il sistema al punto di rottura. Dovrebbe riconoscere che c’è un limite prima del quale fermarsi e rimettersi in discussione … orgoglio o non orgoglio!
Si, di sicuro l’orgoglio ci vuole nel mondo del lavoro, tuttavia bisogna tenersi la mente aperta per gestirlo in giusta entità, situazione per situazione e momento per momento. La capacità di capire quando ammorbidirci è una dote che si coltiva assieme all’esperienza. Non mi risulta ci siano corsi teorici specifici se non l’esperienza e la disponibilità all’apprendimento che ci viene dal campo. Pochi libri e poche formule su questo argomento, tanti casi diversi, storie di successo e di fallimenti. Dobbiamo imparare a conoscere questo aspetto di noi stessi. Dobbiamo sfruttarlo come spinta positiva. Dobbiamo altresì stare attenti che non ci porti a inutili scontri su muri di cemento che manco si accorgono che ci stiamo sbattendo con la nostra testardaggine. Facile a dirsi, ma difficile a farsi: però sicuramente è determinante nello sviluppo della nostra carriera e crescita professionale.
In certe situazioni, talvolta sentiamo dire di qualcuno che è permaloso: ma quale differenza c’è rispetto uno orgoglioso? A volte le cose si sovrappongono parzialmente, tuttavia essere permalosi significa di per sé prendersela con estrema facilità, in particolar modo quando si è chiamati in causa dove ci sentiamo più deboli. Per esempio, se sono un pluri-milionario e uno mi dice “povero”, forse è più difficile che me la prendo. Mentre se sono veramente in seria difficoltà economica, con lo stesso appellativo sarà più facile che la permalosità emerga facendomi sentire offeso. Capiamoci, non ci sono regole precise su questi temi, ma vogliamo solo dire che una persona permalosa reagisce male se toccata nei suoi punti di maggior debolezza. C’è un detto a tal proposito molto eloquente: avere la coda di paglia! Cioè reagisci male dove sai di essere in una posizione di fragilità o torto, mentre quasi lasci scorrere nell’indifferenza dove, pur attaccato, sei in una posizione di forza o di piena ragione.
Onestamente verrebbe da rispondere di sì. Infatti dire che uno non è per niente permaloso viene inteso quasi sempre come un complimento. Lo pensiamo tutti. Dunque è tutto male essere permalosi? Credo che ci sia una misura ragionevole in tutte le cose. Essere un minimo permalosi denota quell’amor proprio di difesa anche delle proprie debolezze e insicurezze. Di fatto, entro certi limiti, la permalosità rende la persona ragionevolmente normale nel tutelare la propria personalità di fronte a quella degli altri.
Pensiamo al contrario. Pensiamo ad una persona zero permalosa: qualunque cosa gli dici per offenderla non reagisce mai. Forse non va bene neanche cosi, ci sembrerà di avere dubbi su cosa pensa e sulla sua sensibilità. Insomma, è come per il cibo a tavola, non c’è qualcosa che va sempre mangiato in esclusiva o sempre evitato, va bene variare. Cosi anche qui: un po’ di permalosità ce l’abbiamo tutti, chi più chi meno, e ci sta che ci sia.
Rinunciare troppo a tenere delineati i bordi della nostra identità anche sulle nostre debolezze o fragilità, ci toglie significato di presenza. Toglie definizione. Ovvio che troppa permalosità nella vita è più un freno che forza di carattere. Come per l’orgoglio credo vada applicata la regola del sale nelle ricette in cucina (per rimanere nel campo del cibo): QB = quanto basta!
Questo è un argomento tutto sommato di bassa importanza. Si, di bassa importanza perché ci possiamo ragionare all’infinito che tanto la pratica supererà sempre la teoria. L’esperienza surclasserà sempre la razionalità. Ma spendiamoci due parole lo stesso perché è un dibattito che incuriosisce soprattutto le persone particolarmente propense alla razionalità. In fondo ci piace ogni tanto anche illuderci di capire con logica rigorosa certe dinamiche che vorremmo controllare perfettamente!
L’orgoglio in verità ha poco o niente di razionale, e neanche la permalosità. Sono impulsi non dettati da ragionamenti, da deduzioni logiche, o da strategie scientifiche. Si autogestiscono nel nostro mondo interno a prescindere dalla nostra volontà. Sono emozioni. Noi non controlliamo se essere permalosi o meno, al massimo possiamo rendercene consapevoli e gestirne alla meno peggio gli effetti. Oppure possiamo prestare attenzione alle cause scatenanti con un po’ di anticipo. Ma se qualcuno ci reca offesa, l’effetto emotivo dentro di noi inesorabilmente arriva, razionalità o non razionalità, logica o non logica.
Per l’orgoglio e la permalosità è come per tutte le altre attitudini caratteriali, tipo la gelosia o l’invidia per esempio. Se uno è geloso, è geloso! Punto. Poi potrà gestire la cosa nell’evitare il più possibile le situazioni scatenanti, contenere reazioni indesiderate. Potrà esercitare un maggior controllo nell’esternare determinati stati d’animo, ma dentro di noi quello che è, rimane come è. Lo viviamo al 100% e succede quello che deve succedere. Siamo fatti così.
La razionalità sicuramente funziona bene mentre se ne parla a tavolino con un aperitivo davanti a noi da sorseggiare, … meglio ancora riferendosi ad altri e non a noi stessi. Ma non porta vero valore aggiunto. Quando ci sei dentro e sei nel pieno del coinvolgimento, non si riesce ad essere logici più di quello che ci viene naturalmente. Possiamo invece imparare a conoscerci, per gestire meglio le scelte a priori e gli effetti a posteriori. Non è cosi scontato che semplicemente ragionando con lucidità logica a freddo si riesca a modificare il proprio carattere. Alla fine è importante cercare di conoscere di più se stessi. Prendere consapevolezza delle proprie reazioni emotive, delle nostre motivazioni interne e passionali. E tutto ciò guardando all’esperienza diretta proveniente dal vivere e interagire sociale. Partire da “Conosci te stesso” è sicuramente un buon primo passo che ci attrezza anche per conoscere e capire un po’ di più il prossimo.
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